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Oggi è stato pubblicato l’ultimo report annuale Net Zero di South Pole, che analizza i progressi compiuti dalle aziende a livello globale per raggiungere l’obiettivo zero emissioni. Il report di quest’anno ha preso in esame oltre 1.400 aziende dotate di figure dedicate alla funzione di sostenibilità in 12 paesi e 14 settori, per capire cosa spinge le loro aziende ad impegnarsi per il clima, quali sono i rischi e quali soluzioni stanno adottando.

A livello globale, emergono questi trend principali:

  • Per la prima volta, i dati rivelano quanto sia diffuso il greenhushing: la maggior parte delle aziende in 9 dei 14 settori analizzati sta attivamente diminuendo la comunicazione esterna dei propri piani net zero.    
  •  Nonostante ciò, la stragrande maggioranza (81%) delle aziende ritenga che comunicare i propri obiettivi net zero sia positivo per i profitti, tuttavia quasi la metà (44%) di tutte le aziende analizzate lo trova più difficile di prima, indicando tra le motivazioni la mancanza di chiarezza e le evoluzioni normative. 
  • Oltre a soddisfare le richieste dei clienti e del mercato, la gestione del rischio e la costruzione della resilienza sono stati i principali fattori che hanno spinto a fissare obiettivi net zero, per la prima volta al di sopra della leadership del marchio.

La situazione Italiana e l’analisi Carbonsink

Carbonsink osserva un generale allineamento del contesto italiano con i trend globali emersi dal report, sia per quanto riguarda i driver dell’azione climatica che la difficoltà delle aziende a fare comunicazione climatica.

A cui si aggiunge un’importante novità: in base alla nostra esperienza con le più diverse aziende italiane in tutti i settori, osserviamo che il crescente impegno e coinvolgimento su questioni climatiche a livello dirigenziale sta diventando uno dei driver più potenti per l’accelerazione dell’azione del settore privato, favorendo maggiori investimenti e migliorando le performance. Finalmente tematiche come decarbonizzazione, strategia net-zero e R&O per il clima salgono ai vertici delle agende dei CEO italiani.

Nonostante questo trend sia positivo, esiste ancora un divario tra l’ambizione aziendale e l’attuazione vera e propria, specialmente se ampliamo lo sguardo oltre i leader di settore verso le tante aziende per cui anche la misurazione delle emissioni Scope 3 e la valutazione del rischio climatico rappresentano ancora degli ostacoli.  Anche le aziende più attente al clima faticano a rendere operative le loro ambizioni climatiche. Una delle ragioni principali di questa sfida è che le aziende spesso sono in ritardo nello sviluppo di un Climate Transition Plan completo ed efficace, uno strumento strategico fondamentale che delinea come l’organizzazione orienterà i propri asset, le operazioni e l’intero modello di business verso una traiettoria in linea con la scienza climatica.

Nel nostro lavoro con le aziende italiane riconosciamo sempre di più che l’azione per il clima sta diventando una priorità fondamentale a livello di management, spingendo spesso  le imprese ad alzare l’ambizione climatica e andare oltre la compliance. Tuttavia, la sfida rimane quella di rendere operativa questa ambizione. Sviluppare un Climate Transition Plan allineato ai framework internazionali è un passo importante e strategico che le aziende possono fare per migliorare la consapevolezza degli impatti aziendali e sviluppare una strategia vincente in tutti  gli aspetti ESG,  contribuendo a garantire un futuro solido al business. Ciò fornisce alle aziende anche gli strumenti per non fare greenhushing e comunicare con consapevolezza e sicurezza il proprio percorso climatico.

Elisa Riva, Deputy Regional Head Southern Europe, Carbonsink, South Pole

D’altra parte, le normative in arrivo, come la Corporate Sustainability Reporting Initiative (CSRD) dell’UE, spingeranno le aziende ad accelerare l’azione per far fronte all’urgenza della crisi climatica, richiedendo loro di dimostrare sistemi adeguati di contabilizzazione delle emissioni di CO2, di definizione degli obiettivi e di valutazione del rischio climatico. Si incoraggia quindi un’azione immediata su questi punti per soddisfare l’ambizione climatica e conformarsi alle  normative in arrivo.

L’importanza degli impegni pubblici credibili per il clima e ritardo del settore privato italiano sugli stessi trovano conferma in due dati. La definizione di obiettivi climatici credibili e scientificamente fondati e la formulazione di solide roadmap di decarbonizzazione sono infatti buone pratiche sostenute dal mercato. Lo confermano dati CDP per cui il 28% delle aziende italiane che si sono impegnate pubblicamente per il raggiungimento del net zero ha aderito al questionario CDP nel 2022: di queste, il 40% ha ottenuto il punteggio massimo A (fonte: database proprietario South Pole).

Nonostante questo riconoscimento, l’adesione all’iniziativa Science-Based Target (SBTi) è ancora bassa in Italia. Con 146 aziende aderenti a SBTi, l’Italia si colloca al 13° posto su 94 Paesi per numero di aziende aderenti a SBTi.  L’adesione all’iniziativa Science-Based Target è un altro passo fondamentale per le aziende che vogliono trasformare l’ambizione climatica in azione, allineandosi alle migliori pratiche per la definizione di obiettivi di riduzione delle emissioni in linea con la scienza, ovvero in linea con il livello di decarbonizzazione necessario per mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5°C rispetto alle temperature preindustriali.

Scarica subito il Report QUI